RECENSIONE – “Chat Hotel” de IMuri

E’ stato un lungo percorso quello che ha portato IMuri alla pubblicazione del secondo disco “Chat Hotel”, rilasciato a fine dicembre e frutto della collaborazione tra Manita Dischi e la nota label bolognese Garrincha Dischi (già al lavoro con Lo Stato Sociale, Punkreas ed Ex-Otago). La band teramana si era fatta conoscere nel 2015 con il valido esordio “Traffico mentale”, album noise rock dalle sgargianti tinte psichedeliche che ha attirato numerose attenzioni. Nel 2017 è avvenuta la svolta per il trio, che è stato scelto dal Management del Dolore Post-Operatorio per partecipare alle session di registrazione e al lungo tour promozionale del recente disco “Un incubo stupendo” della band frentana. Una grande occasione in termini di visibilità, che di riflesso ha forzatamente ritardato le registrazioni del nuovo materiale.

Dopo il ritorno del batterista Silvano Marcozzi (solo per la fase in studio) e l’ingresso in formazione del chitarrista aquilano Marco Fontana, IMuri hanno ripreso quota ed eccoci qui a commentare il nuovo lavoro discografico. Già dal primo ascolto la differenza con il precedente disco è netta. Abituati alle roboanti distorsioni di “Traffico mentale” l’impatto con “Chat Hotel” non è facile, ma con il passare dei minuti l’anima psych de IMuri fuoriesce e lentamente si entra nel mood del disco. La lunga e recente esperienza condivisa con i Management ha di certo influenzato parte del lavoro, soprattutto brani come “Vieni a fallire con me“, “Tutti in fila indiana” e “Pagina muta” dove le strutture dei brani si avvicinano alle composizioni di Marco Di Nardo ed i testi attingono dal vocabolario di Luca Romagnoli. Le varie influenze comunque valorizzano positivamente i brani, segno che il gruppo teramano ha saputo fare tesoro delle ultime importanti collaborazioni e dimostrandosi capace di riuscire a portare avanti un discorso originale e al passo con i tempi. D’altronde se il pop è una questione dilagante ormai anche nelle scene musicali indipendenti nostrane, IMuri hanno deciso di dire la loro puntando verso altri lidi decisamente più power. I singoli “Brenda” e “200 sigarette“, premonitori di questa svolta sonora con il loro approccio catchly, funzionano alla grande, così come i momenti più movimentati come la strumentale “Black koala” e “Di carta“. 

Come già detto i fan della prima ora potranno rimanere basiti inizialmente, ma ad ogni riascolto le 11 tracce che compongono l’album acquistano sempre più forma, convincendo l’ascoltatore che il power pop che oggi IMuri ci propongono è ancora pregno della vitalità che si respirava in “Traffico mentale” ma questa volta è ben affilato dalle produzioni indie/pop degli ultimi tempi che trasformano “Chat Hotel” in un prodotto accessibile anche ad orecchie poco avvezze al rock. Come da previsione il disco farà parlare di sé, anche fuori dai confini regionali dove IMuri si spingeranno per le date del tour di presentazione. Il pubblico si prepari perché anche questa volta c’è da divertirsi.

Antonio Atella e Lorenzo Castagna de IMuri

Autore dell'articolo: Federico

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