RECENSIONE – “The Gang Bang Theory” delle Wide Hips 69

La fantasia femminile al potere. Le Wide Hips 69 tornano più agguerrite che mai con “The Gang Bang Theory“, il loro terzo lavoro discografico uscito il 31 ottobre per la Area Pirata, a tre anni di distanza dal precedente “Menopause”. La formula è sempre la stessa: testi osceni al limite della censura incollati con lo sputo ad un irresistibile e ruvido garage punk. Nel nuovo album la band espone la propria teoria del “gang bang“, viziosa e ammiccante parodia della più nota tesi di Alexander Friedmann sull’origine dell’universo: le Wide Hips ribaltano il paradigma del sesso debole e pongono la figura dell’uomo solo in una grande ammucchiata dominata da donne mistress che umiliano e approfittano del loro succube toy boy. (Chissà cosa ne penserà l’unico componente maschio del gruppo, il batterista Gabriele Uccello!) “Heart in the jail” è la pepata partenza sprint che apre alle forsennate “Serial wanker” e “Shaggs“. Da “Blackdoor” in poi il sound vira su frizzantine tinte soul seventies, caratterizzando così “Eat my shit” e  “(You gonna make me) want you“, rivisitazione di un brano di Sandi Sheldon. “Parrot man” risulta uno dei brani più decisi, sfiammata finale che anticipa l’epilogo in discesa sonora con “Over the moon“, “You’re not mine” e “Toy boy” a chiudere il tutto. Le dieci tracce del disco fuggono veloci tra sporchi echi punk ai Sex Pistols, temi libertini e licenziosi richiami rock n’ roll come per esempio alle “sticky fingers” di stonesiana memoria che a detta del quartetto possono anche infilarsi in tutt’altro posto. In un preciso momento e contesto storico segnato da sessismo e questioni di genere, le Wide Hips 69 hanno deciso di prendere posizione in maniera netta imbracciando le chitarre e alzando il volume, sovrastando così le vacue retoriche di questi giorni con il loro punk.

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Autore dell'articolo: Federico

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