RECENSIONE – “Sons of Revolution” dei Sons Of Revolution 

E’ giunto il momento della prova di maturità per i Sons Of Revolution, che dopo il primo EP indipendente “Indian Tales” datato 2014, arrivano al loro primo vero album omonimo. La pubblicazione per l’etichetta lettone Sliptrick Records e la produzione del disco affidata a Umberto Palazzo, fondatore dei Massimo Volume e Santo Niente, hanno creato grandi aspettative attorno alla band teramana. Per chi li conosceva è un album che segna una grande maturazione artistica, per chi è al primo ascolto si presenta un prodotto coerente, un blues rock ben suonato, con influenze che spaziano dal punk blues al puro hard rock. La partenza è già da immortalare, con il ritmo travolgente di “I feel like crying”, un singolo che non sfigurerebbe affatto in una playlist accanto ai Black Keys. La seconda traccia è “I’m falling”, una cascata di rapidi riff potenti, a cui segue “I’m coming home” e “Wasted youth”, due brani che mescolano assoli a mo’ di Black Sabbath con sonorità più blues per un risultato insolito ma soddisfacente. “Stonewood” e “No way out” passano leggermente in sordina in quanto troppo ristrette nei canoni tradizionali, che vengono infranti con “Rebel for a day”, un’agguerrita melodia che vede contrapporsi un’armonica e una chitarra elettrica in una sfida all’ultimo decibel. “Grace” è il perfetto preludio noise per “Slide ‘em”, più di 8 minuti di istrioniche schitarrate blues. Come la dea della loro copertina, i Sons Of Revolution alzano le braccia al cielo e mostrano al mondo lo spirito del blues rock più puro in 9 tracce di una rappresentazione esemplare, seppur con alti e bassi, del genere. Si mostrano sottotono nella riproduzione dei canovacci tradizionali autoctoni, mentre nei momenti più sperimentali riescono a sprigionare il loro potenziale artistico, dimostrando un lato tanto personale quanto musicalmente valido. Da questo punto di vista, la maturità appare pienamente raggiunta.

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Autore dell'articolo: Federico Acconciamessa

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